FANNY ARDANT Online - Articles & Interviews - CIAK

 

           

 

       CIAK

       Aprile 2004

 

 

 

PASSIONE ARDANT

 

 

È stata l'eroina di La signora della porta accanto e di Finalmente domenica! che avete appena riscoperto grazie ai nostri Dvd. Adesso Fanny presta il suo corpo e il suo volto ardenti alla storia di tradimento e passione autodistruttiva raccontati da Mario Martone, nella versione cinematografica del romanzo postumo e "maledetto" di Goffredo Parise. A Ciak l'attrice racconta le ragioni di una scelta tanto rischiosa. E l'eredità di Truffaut

 

 

di Piera Detassis

 

 

LA SOLITUDINE in una stanza d'albergo con un libro che forse diventerà un film vale tutte le possibili serate, le cene, le conversazioni. Se questa mia passione finisse mi butterei dalla finestra»: all'Hotel Eden di Roma, in una pausa del missaggio di L'odore del sangue di Mario Martone, Fanny Ardant tormenta tra le mani Clara et la penombre del cubano José Carlos Somoza: «Un libro appassionante e spaventoso. Ambientato nel 2006, racconta un mondo dell'arte dove i quadri esibiti in galleria sono umani, fatti di carne, sangue e nudità. Clara è una modella cui propongono qualcosa di ancor più duro e rischioso, un tableau vivant che prevede una manipolazione estrema: cutanea; muscolare e mentale. Il tutto mentre si scopre che l'opera più cara del mondo è stata rubata e distrutta: insomma il capolavoro Anneck, una bambina di 14 anni, è stata uccisa. Mi sembra tutto così attuale».

 

Reality art diremo noi. Una storia forte, di quelle che piacciono ad Ardant, musa e ultima compagna di Truffaut, e, oggi, forse nuova, tempestosa (a domanda precisa lei si copre la faccia con le mani e ride) amicizia amorosa di Depardieu. Un penchant per i racconti estremi, che mettano a nudo passione e perversione, Fanny l'ha sempre avuto. Della stessa vischiosa pasta è anche L'odore del sangue, il romanzo postumo di Goffredo Parise che l'attrice ha scoperto qualche anno fa in qualche altro albergo, in qualche altra lontana tournée. «Mi capitò di leggerlo per caso, in francese. L’avevo scelto affascinata dalla fotografia di Parise in copertina. Che bell'uomo, un po' Fellini un po' Lino Ventura!  Mi era piaciuta la forza del titolo, si avvertiva tra le righe la malattia dello scrittore, quell'impeto creativo che ha urgenza e non si preoccupa delle virgole. Ho incontrato Giosetta Fioroni, la sua compagna, per acquistare i diritti, ma non se nè fatto nulla. Poi è entrato in gioco Mattone e quando ha saputo che mi ero interessata al libro, è rimasto di sasso: aveva già pensato a me per il ruolo di Silvia».

 

Questa Silvia, per Parise e per Martone, è la matura moglie di un intellettuale cinquan­tenne (il romanzo è il racconto di lui in pri­ma persona) che vive anche con la giovane amante, lontano spesso dalla matura consorte con cui intrattiene un legame assopito nel sesso, ma vivo nella complicità intellettuale. Un giorno Silvia si trova un giovane amante pericoloso, inquietante, un fascistello picchiatore dei quartieri alti «che si muove in branco e vive in palestra, con il culto del cazzo sempre eretto, della violenza e della forza fisica», come scrive Cesare Garboli nell'introduzione al romanzo. Il marito stavolta vuol saperne di più: geloso, ossessionato dalla potenza del ragazzo, non riuscirà a impedire il fatale flirt della donna con l'umiliazione e la morte. I dialoghi sono forti, espliciti, le parole raccontano il sesso in dettaglio. Coppie che cercano qualcosa d'altro, eros che diventa soprattutto parola.

 

E coincidenze: Fanny è reduce da Nathalie, il film di Anne Fontaine dov'è la moglie di un Depardieu infedele e assolda la prostituta Emmanuelle Béart per sedurre il marito e farsi raccontare quei desideri dell'uomo che lei non conosce più.

 

«Nathalie è molto francese, il gioco sociale della bugia, del non mostrare mai. Il film di Martone è più tragico, latino. Il sesso è soprattutto parola in entrambi, ma in Nathalie è vero gioco erotico, la prostituta dice alla donna: "Vuoi del sesso per procura? Io te lo do" mentre in Uodore del sangue è soprattutto la confèssione erotica, senza eccitazione, di una moglie al marito ossessionato dal vigore del ragazzo che l'ha rimpiazzato».

 

 

Lei ha detto di Silvia: «Questo amore proibito è il suo canto del cigno»...

 

Ha scelto consapevole la sua morte. Silvia sa che in questa società alla donna matura si chiede di stare tranquilla, crescere i nipoti e ritirarsi dalle passioni. Una donna che dopo trent'anni di matrimonio accetta la giovane amante del marito senza strepiti è più rassicurante per tutti. Ma lei sceglie l'altra strada, va verso la distruzione, il sesso disdicevole, rifiutato dalla buona società e così facendo sa di siglare la propria fine. Si è chiesta cos'era meglio per lei: morire con un ultimo grande gesto o abbandonata in un angolo? Scegliere il proprio destino o subire? E ha deciso di conseguenza.

 

 

Lei di certo ha rotto lo schema. Donne mature che non rinunciano alla sessuí lità, provocatorie. 8 donne e un mister Nathalie, questo film...

 

Un'attrice non sceglie i film: arrivano ed è meglio prenderli al volo. E spesso la vita ha più immaginazione di noi. Da sempre, per aspetto fisico, sono destinata alle eroine romantiche e un po' tenebrose, ma a me piacciono anche i ruoli trasgressivi e quelli brillanti, come la proprietaria del club per gay in Di giorno di notte. Non amo il ghetto né il te rorismo intellettuale. Mi piace recitare Euripide ed Eschilo e, la sera dopo, calarmi nei ­panni della fracassona da commedia.

 

 

Non è il caso di L'odore del sangue...

 

Questo film è una Passione, Silvia attraversa le stazioni come in un Calvario, mentre il marito è sempre e solo ossessionato dalla competizione con il giovane e non avverte il rumore allarmante nelle parole di lei. Quel suo interrogare geloso la moglie è già un’autopsia. Chi è il vero colpevole della morte di Silvia, il giovane amante o il marito che non ha saputo salvarla dalla distruzione?

 

 

Ci sono scene piuttosto esplicite eppure il sesso "parlato" qui sembra per­fino più arduo da interpretare di quello esibito. È così?

 

È molto più impudico ma io ho sempre amato la provocazione verbale, anche nelle interviste. Quando i giornalisti mi ricordano: «Lei ha detto questo!» in genere rispondo: «Sì, ma ho mentito» e spesso è vero. Mi piace l'inganno. Nel caso di L'odore del san­gue è in scena il fantasma puro. Per definizione la vita sessuale è clandestina e dunque non sapremo mai se le parole inventano o evocano il vero.

 

 

Questa sensibilità alla follia d'a­more è l'eredità cinematografica che le ha lasciato Truffaut?

 

Truffaut racconta un universo mol­to semplice, fa scattare il meccanismo dell'identificazione trasformando in eroe romanzesco Antoine Doinel, l'uomo di tutti i giorni. Qual è la magia di La signora della porta accanto? Truffaut ruba l'incipit alla cronaca nera, due corpi rinvenuti in un salotto. E ci mostra cosa si cela dietro questa banalità: un amore folle che si scatena al supermercato. Il cinema di Truffaut si occupa della gente comune dentro casa, in ufficio, per strada. Pic­coli eroi del quotidiano che però pensano: «C'è solo questa vita e val la pena di viverla». Che si tratti di mal d'amore, di tradimento, della passione per le donne. Quando si tratta d'amore vogliamo tutti l'assoluto. Truffaut l'aveva capito e ha saputo raccontare la follia amorosa che è in ciascuno di noi. Perché nella vita, quando si soffre per amore, ci vuole molto coraggio per alzarsi, sorridere, dire cortesemente: «Buongiorno, come va?» al vicino, recarsi al lavoro. È questo il folle eroismo che racconta Truffaut. E il segreto del suo cinema.  ■

 

 

 

 

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