GLI ARABISMI NELL’ITALIANO
Che la lingua araba, dal Medio Evo fino ai giorni nostri, abbia svolto un rilevante influsso
sull’italiano così come su molte altre lingue neolatine (in particolare spagnolo e portoghese), è fatto ben noto. Il
risultato concreto, evidente a tutti, di questa influenza lunga di secoli si ha nei cosiddetti prestiti arabi in italiano,
cioè in quelle parole entrate a fare parte integrante del vocabolario dell’italiano, ma perle quali gli studiosi hanno
rintracciato un’origine araba.
Se cerchiamo di definire brevemente, guardando ad una dimensione storica più ampia, i motivi che hanno portato alla penetrazione
di parole arabe in italiano standard e nei vari dialetti, possiamo delimitare almeno quattro diverse cause, distinte ma collegate
tra loro.
Il primo e più evidente, ma non necessariamente più importante, motore dell’afflusso di arabismi in italiano deve
essere individuato nel fatto che, dall’ottavo alla fine del quindicesimo secolo, delle compagini statuali arabo-islamiche
(e berbero-islamiche) governarono, con un’estensione territoriale mutevole, la penisola iberica e, per il periodo dall’827
al 1091, anche la Sicilia.
Ovviamente, in quei territori di lingua romanza che si erano trovati sotto il governo diretto degli arabi, l’influenza
della lingua araba dovette essere di necessità molto profonda. In secondo luogo, però, bisogna ricordare che, al di là dello
spazio geografico e del lasso cronologico in cui esercitarono un loro dominio effettivo in regioni a prevalente cultura latina,
i differenti stati arabi hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nell’intreccio delle reti commerciali che hanno
legato le sponde del Mediterraneo durante il medioevo e fino all’era moderna. Perciò, anche i contatti tra i mercanti
arabi ed italiani hanno favorito la diffusione nella nostra lingua di numerosi elementi lessicali presi a prestito dall’arabo.
Accanto ai rapporti espressamente mercantili, anche le varie Crociate, la cui organizzazione e realizzazione fu, come tutti
ben sanno, il risultato di un complesso di fattori tra i quali, oltre a quelli militari e religiosi, non mancavano quelli
economici e commerciali, hanno probabilmente contribuito in maniera non secondaria all’arrivo di termini arabi in Occidente.
Infine, oltre a queste tre vie di trasmissione dei prestiti che possiamo considerare dirette, è necessario menzionare il
fatto che un buon numero di parole di origine araba è penetrato in italiano in maniera per così dire indiretta e mediata,
attraverso le traduzioni in latino, o, meno spesso, in un qualche volgare italiano, di un gran numero testi filosofici, astronomici,
matematici e tecnico-scientifici redatti originariamente in arabo.
Sulla base di questo schizzo storico molto generale possiamo individuare tre vie principali di penetrazione degli arabismi
in Italia:
i territori che sono stati sotto il governo diretto degli arabi (Sicilia, penisola iberica);
le rotte commerciali marittime e terrestri, in particolare quelle che avevano come termine le città marinare;
le Università ed i centri di cultura dove si elaboravano i testi e si divulgavano le conoscenze nelle materie tecnico-scientifiche
e filosofico-umanistiche.
Parlando più direttamente ed in modo conciso della penisola italiana, si può affermare che la Sicilia, per il suo essere
stata sotto il governo diretto di diverse dinastie arabe e berbere, offre un gran numero di arabismi nei dialetti locali,
ma non sembra essere stata un veicolo particolarmente importante di prestiti arabi nella lingua nazionale standard.
Pensando proprio all’italiano e non ai dialetti, il ruolo delle città marinare, e soprattutto di Pisa, Genova e Venezia,
fu in realtà molto più rilevante di quello svolto dalla Sicilia. Nella maggioranza dei casi è infatti possibile accertare
che gli arabismi dell’italiano sono entrati nella nostra lingua standard passando per una o più di queste città, che
avevano degli scambi commerciali intensi e continuati con il mondo arabo.
Talvolta, però, non è facile individuare per quale via sia entrato in italiano un termine di origine araba. Così tramite
Venezia è giunto forse all’italiano corrente la parola facchino e via Pisa invece è probabilmente arrivato ragazzo.
Esiste inoltre un caso in cui la stessa identica parola araba è penetrata in italiano assumendo due forme e significati
differenti, perché passata contemporaneamente da due vie di ingresso diverse:
così darsena entrata via Genova e Pisa e arsenale arrivata a Venezia derivano in realtà dalla stessa
parola araba, dar al-sina‘. Volendo fornire una classificazione semantica generale dei prestiti arabi, si può dire che
essi hanno per lo più un senso concreto, dato che si tratta in massima parte di parole della marineria, della mercanzia, di
prodotti oggetto di scambio commerciale, di piante, frutti e di elementi del lessico tecnico, scientifico e matematico.
Molto pochi sono invece i nomi astratti, gli aggettivi ed i verbi. Lungo il percorso seguito dalle singole parole arabe
per arrivare fino alla nostra lingua nazionale, hanno ovviamente avuto luogo vari e spesso complessi fenomeni di modificazione
fonetica, che hanno cambiato, molto spesso radicalmente, la forma che il vocabolo possedeva originariamente in arabo. Soprattutto
sono stati esposti ad una naturale evoluzione fonetica nel passaggio dall’arabo all’italiano i fonemi faringali
e faringalizzati, uvulari e laringali della lingua araba: essi sono andati sempre del tutto perduti, data la loro difficoltà
di adattamento al sistema fonetico italiano.
Anche semanticamente i prestiti arabi hanno subito molto spesso un’evoluzione, per cui il senso originario della
parola araba è stato più o meno fortemente mutato da processi di degradazione semantica o di semplice spostamento di significato.
Si fornisce qui di seguito un elenco delle più comuni parole italiane di origine araba, ordinate per ambiti semantici.
LESSICO MILITARE, MARINARESCO E COMMERCIALE
Aguzzino
Dall’arabo al-wazir, originariamente significante ministro, con degradazione
semantica.
Alfiere
Sia nel senso di "portabandiera" che nel senso, da esso derivato di "pezzo del gioco degli
scacchi movibile in senso diagonale lungo le caselle di uno stesso colore". L’etimo è nello spagnolo alférez, che a
sua volta viene, in ultima analisi, dal vocabolo arabo al-fil "elefante" (entrati in arabo dal persiano pil).
Ammiraglio
La voce ammiraglio trae origine dall’arabo amar (comandante, principe, governatore) passato
attraverso il greco amerâs (già in Eginardo, Vita Caroli); sulla specializzazione marinaresca della parola, già Michele Amari
affermò che sarebbe avvenuta in Sicilia, alla corte dei Normanni (di qui passata alle altre marine europee).
Ascaro.
Soldato indigeno delle vecchie truppe coloniali europee, specialmente quelle italiane in Eritrea e Somalia
direttamente dall’arabo ‘askari "soldato", su cui è stato ricostruito il singolare maschile italiano ascaro.
Assassino
Deriva dalla parola araba hashishiyya o anche hashshashiyya, che significa letteralmente
fumatore di hashish. Il termine fu usato per indicare gli adepti del gruppo ismailita dei Nizariti di Alamut in Persia, che
seguivano con obbedienza cieca il loro capo noto come "il Veglio della Montagna". Gli aderenti alla setta avevano costituito
una sorta di organizzazione terroristica ante litteram, per realizzare azioni violente e assassini politici in vari paesi
del Vicino Oriente. Si dice che, prima di andare a compiere simili imprese, i membri del gruppo si inebriassero, fumando cospicue
quantità di hashish: da qui la denominazione, dalla connotazione denigratoria, di hashishiyya che fu loro attribuita. L’uso
del termine è stato poi esteso ad indicare l’omicida, senza particolari attributi.
Cassero
Il termine, che indica la parte più elevata e munita di un castello, si riconnette all’arabo qasòr,
castello, che deriva dal greco bizantino kástron, a sua volta proveniente dal latino castrum, castello, fortezza.
Dogana
Dall’arabo diwan(a), libro dove si segnavano le merci in transito.
Facchino
La voce è stata a lungo ritenuta di origine francese. Più persuasiva la soluzione proposta da Pellegrini
che fa risalire il termine alla parola araba faqª°h, in origine giureconsulto, teologo, passata poi ad indicare il
legale chiamato a dirimere questioni relative alla dogana (accezione questa chiaramente attestata nello Zibaldone da Canal:
"tuti quelli che porta ollio in Tonisto [= Tunisi] si lo convien desvasselar e farllo metere in çare e non se può far se lli
fachini del fontego de l'oio non è susso per vederllo inçarar"). La degradazione semantica da ufficiale di dogana a portatore
di pesi sarebbe avvenuta nei secoli XIV-XV, quando, in seguito alla grave crisi economica del mondo arabo-islamico, gli antichi
funzionari furono costretti a dedicarsi al piccolo commercio di stoffe (e effettivamente in un testo latino medievale del
Cadore del XVI secolo e in un documento latino medievale di Venezia del 1458 la parola fachinus sembra indicare un mercante),
che essi stessi trasportavano di piazza in piazza sulle proprie spalle.
Fondaco
Dall’arabo funduq, alloggiamento per mercanti, a sua volta derivato dal sostantivo gr. pandochêion,
locanda .
Magazzino
Dalla parola araba di forma plurale makhazin, depositi.
Ragazzo
E’ una voce sulla cui origine si è molto discusso. Tra le molte proposte avanzate, oggi generalmente
accettata dagli studiosi è la provenienza araba del vocabolo che deriverebbe dalla parola raqqa¯sò. Raqqa¯sò,
nel Magreb, significa corriere che porta le lettere, messaggero (dal secolo XIII) ed è un termine molto probabilmente penetrato
dalla Sicilia in Italia (o attraverso la terminologia della dogana). Da notare che alcune testimonianze latine ( ragaceni,
1408, a Cividale; ragazzini, 1492 a Faenza) non rappresentano un diminutivo, ma il regolare plurale arabo di raqqa¯sò, cioè
raqqa¯sòª°n.
Sensale
Dall’arabo simsa¯r, mediatore, derivato a sua volta dal persiano sapsa¯r.
INDUMENTI E LESSICO DEL VESTIARIO
Caffet(t)ano
Termine derivato direttamente dall’arabo quftan. Cremisi. Nelle sue vare accezioni ha la sua
origine nell’aggettivo arabo qirmizi "del colore della cocciniglia", derivato dal vocabolo qirmiz "specie di
cocciniglia" (a sua volta dal persiano kirm "verme")
Gabbana
Parola derivata dal vocabolo arabo qaba’ "tunica da uomo dalle maniche lunghe", entrato
simultaneamente in Italia e in Spagna.
Giubba
Voce che ha la sua origine direttamente nella parola araba gubba "sottoveste di cotone" di vasta
diffusione romanza, ma soprattutto italiana.
Ricamare
Dall’arabo raqama, raqqama "ricamare, tessere una stoffa", al quale restano fedeli molte
varianti antiche e dialettali con rac- iniziale. Le corrispondenti forme francesi e spagnole sono state introdotte dall’Italia,
che deve considerarsi il centro europeo di diffusione del ricamo, incrementata a Palermo intorno al Mille.
Scarlatto
Voce di origine persiano-araba saqirlat "abito tinto di rosso con cocciniglia", a sua volta formato
sul greco dal bizantino sigillátos, ricalcato sul latino (textum) sigillatum.
SUPPELLETTILI
Baldacchino
Dall’arabo bagdadi, aggettivo con il senso di "di Bagdad", che già in Levante significava
tanto una "stoffa preziosa di Bagdad" quanto "ornamento a forma di cupola, che sovrasta qualche cosa".
Caraffa
Dall’arabo magrebino garrafa "vaso cilindrico di terra cotta con una o due orecchie":
forse c’è stata contaminazione con un’altra parola araba, qaraba, "bottiglia di vetro a grosso ventre".
Giara
Parola forse entrata in italiano tramite lo spagnolo jarra o, meglio considerata la cronologia, direttamente
dalla sua origine, l’arabo garra.
materasso
Dall’arabo matrah dalla rad. taraha "gettare", cioè "luogo dove si getta qualcosa", ad
esempio un "tappeto sul quale coricarsi". La parola compare quasi contemporaneamente in Italia, Francia, Germania e Inghilterra,
ma l’ipotesi più probabile e che il punto primo di diffusione, necessariamente meridionale, sia stato l’Italia.
Tazza
Dalla parola araba tasa, giunta in tutto l’occidente verosimilment dai porti del Levante.
Zerbino
G. B. Pellegrini ha per primo riconosciuto l’origine ultima della parola nella voce araba zirbiyy "tappeto,
cuscino", trasmessa all’italiano standard probabilmente attraverso l’italiano regionale ligure.
LESSICO DELL’ARTE
Lacca
Nel senso di "sostanza colorata di origine vegetale, animale o artificiale, usata come rivestimento protettivo od ornamentale
di vari oggetti", è parola probabilmente derivata dall’arabo lakk, parola entrata in arabo tramite il persiano,
e che trova la sua origine nell’indiano laksa.
Ottone
Una delle etimologie proposte ma soggetta a discussione lo riconnete con l’arabo latun, a sua volta derivato
dal turco altun/altin "oro".
Tarsia
Il termine che indica una "tecnica decorativa in legno o pietra, consistente nell’accostare elementi di vario colore
commettendoli secondo un disegno prestabilito" e l’opera ottenuta con tale tecnica", deriva direttamente dalla voce
araba tarsi3, forma infinitiva del verbo rass3a "ornare".
ALBERI DA FRUTTO, ORTAGGI, SPEZIE
Albicocco
Dal vocabolo arabo collettivo al-barqu¯q, con variante fonetica (birqu¯q), che significa prugne, susine.
Arancio
Dall’arabo na¯rangÍ, vocabolo di origine persiana. In italiano la parola ha subito la caduta della n- ritenuta
parte dell’art. (*un narancio > un arancio; la forma narancio è attestata nell'Ariosto e in alcuni dialetti, ad es.
a Venezia troviamo naranza).
Carciofo
Dal vocabolo arabo di senso collettivo hursÍu¯f .
Limone
Dall’arabo e persiano limun, a sua volta derivato probabilmente da una lingua orientale. Arrivò in Occidente
insieme al frutto, durante le Crociate.
Marzapane
Contemporaneamente ed indipendentemente due studiosi, R. Cardona e G.B. Pellegrini, hanno esattamente individuato nel nome
della città indiana di Martaban il punto di partenza della dibattuta storia del termine: l’arabo martaban designò,
dapprima, un tipo particolare di vaso di porcellana, proveniente da quella città (cfr. massapanus nel latino medievale della
Curia romana, 1337, e marzapani che, con varianti, s’incontra in inventari siciliani del 1487 e 1490: Lingua Nostra
XV, 1954, 72, poi la confettura di zucchero e spezie, che quello solitamente conteneva (martabana in una lettera da Aleppo,
scritta nel 1574 da un mercante veneziano e citata da G.B. Pellegrini).
Zafferano
Voce entrata in italiano dall’arabo za‘faran, forse con un tramite veneziano. Zagara. Dall’arabo
zahra "fiore" e, in particolare nei dialetti dell’Africa settentrionale, "fiore d’arancio".
Zibibbo
Voce diffusasi dall’arabo zabª°b, forse dalla variante fonetica egiziana zibª°b.
LESSICO DELL’ASTRONOMIA E DELLA MATEMATICA
Algebra
E’ voce introdotta in Occidente da Leonardo Fibonacci col celebre Liber Abbaci (1202) e risale all’arabo ‘ilm
al-gÍabr wa al-muqa¯bala, scienza delle riduzioni e comparazione (opposizione).
Algoritmo
Il termine, che come nome comune indica un procedimento di calcolo, deriva dal nome proprio del matematico al-Khwarizmi,
che a sua volta significa nativo del , regione dell’Asia centrale.
Almagesto
Il vocabolo italiano, che significa libro di astronomia, rappresenta la forma araba al-Magisti del titolo dato all’opera
astronomica di Tolomeo Megiste Syntaxis Mathematikes.
Almanacco
L’etimo è dall’arabo al-mana¯h¦, clima, calendario.
Azimut
Termine del lessico astronomico che indica l’angolo tra il circolo verticale di un astro e il meridiano del luogo di
osservazione. Deriva dallo spagnolo acimut, a sua volta dall’arabo al-sumut, forma di plurale fratto del
singolare samt, strada, erroneamente sentito come parola al singolare. Come si nota da queste cinque parole, molto
spesso, ma meno frequentemente che in spagnolo, la parola araba è stata accolta in italiano nella sua forma determinata, cioè
con la concrezione dell’articolo determinativo arabo al-. Cifra. Come per la parola zero l’origine è da
ritrovare nell’arabo sòifr, propriamente aggettivo col significato di vuoto (cioè assenza di unità). Anche cifra,
infatti, indicava originariamente lo zero e ancora nel 1740 il matematico Guido Grandi oppone cifra (cioè zero) a unità.
Nadir
Dall’arabo nazir, (punto) opposto (allo zenit) X, segno per indicare l’incognita. In ultima analisi deriva
dalla parola araba sÍay’, cosa, la cui lettera iniziale sÍ (da pronunciarsi sh, fricativa palatale sorda) era
usata come abbreviazione per indicare l’incognita nei testi arabi di algebra. In spagnolo antico (come ancor oggi in
portoghese) il suono sh era scritto con la lettera x e quindi anche la sÍ dell’incognita divenne x. L. Fibonacci nel
suo Liber Abbaci seguì questo uso grafico e lo diffuse definitivamente.
Zenit
Il termine deriva dall’arabo samt al-ru’us, direzione delle teste. La parola indica il punto in cui la
verticale che passa per un punto di osservazione incontra la sfera celeste.
Zero
L’etimologia è dall’arabo sòifr, vuoto, calco sull’aggettivo sanscrito s¢u¯nyá, vuoto, che
i matematici indiani, e sul loro esempio poi gli Arabi che trasmisero la parola, col nuovo significato, in Occidente, usavano
per indicare lo zero. Leonardo Fibonacci latinizzò tale voce in zephirum, che poi, nelle fonti italiane, diventò zefiro, zefro
e quindi zero (documentato dal 1491). Un adattamento della parola araba più vicino all’originale è quello dello spagnolo
cifra, italiano cifra (francese chiffre, tedesco Ziffer) col valore di segno numerico.
LESSICO DELLA CHIMICA
Alambicco
.
Dall’arabo al-anbiq, a sua volta derivato dal greco ámbix, tazza.
Alcali
In chimica indica i sali di potassio e di sodio. La parola deriva dall’arabo al-qaly,
soda.
Alchimia
Attraverso il basso latino chimia, alchimia (forma con l’articolo arabo), scienza occulta che ricercava la pietra filosofale,
risale all’arabo al-kimiya¯’, pietra filosofale (a sua volta tratto da una voce copta chama, nero, oppure
dal greco chyméia , mescolanza di liquidi).
Alcol
Il vocabolo deriva dall’arabo di Spagna kuhòul, polvere finissima per tingere le sopracciglia, ed aveva originariamente
due significati: il primo, più conforme all'etimo arabo, è quello di polvere finissima di solfuro d'antimonio o di solfuro
di piombo, adoperata in Oriente per tingere di nero le ciglia, le palpebre e le sopracciglia. Poi, gli alchimisti avevano
generalizzato il senso della parola in quello di polvere impalpabile. Paracelso arbitrariamente estende ancora il significato,
portando il vocabolo a significare elemento essenziale, nobilissimo; per lui alcohol vini è dunque lo spirito di vino. È molto
probabile che la voce sia giunta a noi attraverso il francese, ove è attestata dal XVI secolo.
Elisir
In italiano indica un liquore dalle proprietà corroboranti. L’etimo è dall’arabo aliksir, pietra filosofale
efficace anche come medicamento in forma di sostanza secca. L’origine ultima è infatti il greco xerós, secco.
PAROLE VARIE
Bizzeffe
Nella locuzione avverbiale a bizzeffe nel senso di "in grande quantità, a iosa"; direttamente dall’arabo magrebino bizzaf,
"molto, in abbondanza" .
Garbo
L’ipotesi più accreditata, anche se non l’unica, è di una derivazione dall’arabo qalib ‘modello’,
che spiegherebbe tanto le accez. più ant. (‘forma (dei pezzi di costruzione) di una nave’, attestata tardivamente
– 1602, B. Crescenzio – nei testi it., ma molto prima in quelli dial. – come il gen. ga(r)ibu nel sec. XIII:
E. G. Parodi in AGI XVI, 1902-05, 141 –, tenuti dal Diz. mar. stranamente separati con doppia e diversa etim.), quanto
le forme dial., come il calabr. gálipu (C. Salvioni in SR VI, 1909, 19).
Meschino
Direttamente dall’arabo miskin (forse a sua volta di lontana ascendenza accadica) "povero, misero", documentato
in Spagna nel secolo X, in Francia nel successivo.
Scacco
Con ogni verosimiglianza il gioco ha avuto una storia simile a quella delle cifre "arabe": come quest’ultime anch’esso
è passato dall’India alla Persia e quindi nel mondo islamico, giungendo fino agli arabi di Spagna. La parola araba per
scacchi è, infatti, di chiara origine indiana (shatrang o shitrang, proveniente etimologicamente dal sanscrito caturanga "formato
da quattro membra", cioè i quattro pezzi del gioco). Essa è testimoniata ancora nelle lingue iberiche: l’antico portoghese
acedrenche e il moderno xadrez, lo spagnolo ajedrez. Nelle altre lingue europee il nome del gioco è stato ricreato dalla formula
mista arabo-persiana che segna la conclusione del gioco: shah mat, cioè "il re è morto, scacco matto".
Zecca
sakka "moneta, conio" e dar al-sikka "zecca", lett. "casa della moneta". Zecchino
ne è l’aggettivo "(ducato nuovo) di zecca", e sostituì il vocabolo ducato, che designò una moneta aurea ideale.
Bibliografia essenziale
C.Battisti/G. Alessio, Dizionario etimologico italiano (DEI). Firenze, Barbèra, 1950-57
M. Cortelazzo/P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI). Bologna, Zanichelli, 1979-88 (e successive ristampe)
G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Firenze, Le Monnier, 1967 B. Migliorini, Storia della lingua italiana. Firenze,
Sansoni, 1960
G.B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia. Brescia, Paideia, 1972
G. B. Pellegrini, Ricerche sugli arabismi italiani con particolare riguardo alla Sicilia. Palermo, Centro Studi filologici
e linguistici siciliani, 1989
C. Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine. Bologna, Patron, 1982
P. Zolli, Le parole straniere. Bologna, Zanichelli, 19912
Fonte: Istituto regionale Toscana Orienti studi e materiali ARABISMI
a cura di Alessandro Gori
Fonte: http://www.cultura.toscana.it/intercultura/studi_materiali/orienti/arabismi.shtml